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Elenco dei contenuti che hanno ricevuto i maggiori apprezzamenti il 07/01/14 in tutte le aree
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Io ci provo ancora una volta, testardo come un mulo con una discussione che più generalista di questa non ci può essere, certamente investe l'era moderna, ma quella medievale pure e volendo un po' tutte. Coinvolge tutte le zecche, nessuna esclusa, tutti i periodi, l'argomento è di quelli più importanti e intriganti di tutta la numismatica, tutti i libri lo trattano, e non è certo un argomento difficile basta raccontare...., la discussione è stata preannunciata ora nella sezione curatori, tutti avvertiti.....ora vediamo come sarà la risposta, mi auguro sia un successo....anzi lo deve essere :blum:.... Delle pene e dei castighi.....di cosa parlo, ovviamente di monete false, di monete tosate, di illegalità varie.....ovviamente erano previste pene, alcune atroci, alcune di facciata, certo fu difficile arginare tutto questo..... Mi piace iniziare con quanto detto nel libro che fu dato alla presentazione a Milano della Mostra " Il vero e il falso " e introdurre qualcosa in generale, poi si potrà passare dal generale, al caso di zecca, al bando, al caso specifico del tal falsario.....e via dicendo.... " La gravità della pena è decisa anche in relazione al fatto che i falsari e i loro committenti, civili o spesso facenti parte di istituti religiosi, dovevano normalmente appartenere a un livello sociale piuttosto alto, il che permetteva loro di spacciare la moneta falsa. Sono numerosi infatti i casi di rinvenimento di tracce di officine di falsari all'interno di castelli, di conventi o di dimore signorili. La convenienza a produrre una moneta falsa imitante una autentica in circolazione deve essere legata strettamente al costo dell'operazione. Per questo motivo le monete maggiormente falsificate sono in oro e argento mentre la falsificazione di bronzo dava pochi utili ." Sulla tosatura invece ...." Un fenomeno che si incrementa a partire dalla fine dell'impero, quando i tondelli delle monete cominciano ad assottigliarsi, riguarda la tosatura ovvero la sottrazione di piccole parti di metallo mediante ritagli di bordo. La tosatura è di fatto una forma di alterazione della moneta ufficiale, un intervento non autorizzato che provocava, anzitutto, un immediato calo di peso per le monete, procurava illeciti guadagni agli autori e, spesso, obbligava le autorità al ritiro forzoso delle monete tosate. " Vediamo però anche qualche pena e castigo ora....5 punti
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Evocato da Dabbene arriva un quattrino di Castro coniato dal suo primo Duca Pier Luigi Farnese, egli fu Signore del piccolo, ma importante Ducato, dal 1537 al 1545. Dei quattrini coniati a Castro se ne conoscono moltissime varanti, dovrei avere altre foto mi sembra, se le trovo le posto tra un po'. Ciao, Giò3 punti
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Andrebbe vista dal vivo per valutare lo stato effettivo di conservazione, i rilievi sono splendidi ma spesso questo genere di piastra viene valutato anche dallo stato di usura dei fondi e non solo dei rilievi. A prima vista e dalle foto sarei propenso a classificarla con un ottimistico q.SPL.2 punti
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@@nando12 dalla mia poca esperienza sulle monete napoletane , direi che un qspl lo merita tutto , aspetta però pareri più autorevoli del mio :)2 punti
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Beh, a vedere tutti questi "mi piace" sono un po' preoccupato... Per quanto riguarda Genova (oltre alle pene capitali per i casi eclatanti) ho letto che tagliavano nasi, mani, orecchie e cavavano occhi ...ma credo che i più siano riusciti a restare impuniti o perché avevano "protezioni influenti" o perché riuscivano da soli ad "espatriare" per continuare la loro "arte" in posti meno pericolosi ...pare non mancasse la richiesta di "specialisti" ...2 punti
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Ho terminato di leggere questo libriccino che chiamano rivista ma è proprio un libricino ed è fatto in maniera semplice ma ricco di contenuti. Dire che mi sia piaciuto un articolo rispetto ad un altro non ritengo sia giusto. La passione di questi ragazzi va premiata acquistando questo "Il Tondello"Vol.II Tutti gli articoli hanno un qualcosa che istruisce il lettore. Faccio un :clapping: agli sponsor Il volume ,comprese le spese di spedizione, costa solo € 102 punti
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Come sempre complimenti a dabbene per la sua capacità di divulgaziione di temi numismatici divulgativi, in grado di coinvolgere tutti gli utenti. In attesa di documentarmi sul tema proposto, riguardo le zecche di mio interesse, vorrei sottolineare alcuni in primis, che il diritto di battere moneta (ius cudendi) spettava all'autorità statale, per cui si comprende come l'atto di falsificare la moneta sia stato considerato un delitto molto grave, comparabile con quello di lesa maestà e da qui deriva la gravità della pena inflitta. Uno dei falsari più celebri fu Mastro Adamo, il cui ricordo è reso immortale dalla Divina Commedia di Dante Alighieri, che, per le falsificazioni dei fiorini d'oro di Firenze fu arso vivo nel 1281 e inserito, come cotrappasso dal Sommo Poeta nella decima bolgia, quella dei falsari. "Io son per lor tra sì fatta famiglia; e' m'indussero a batter li fiorini ch'avevan tre carati di mondiglia". (canto XXX, vv 88-90)2 punti
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Ti ringrazio, ultimamente siamo in 2-3 al max che frequentiamo questo post con assiduità, io mi sono interessato a questo tipo di collezione solo pochi mesi fa, qui dentro ci sono altri membri più preparati di me su questa tematica, ma ultimamente la loro presenza latita...2 punti
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Cara MAP le norme vanno sempre rispettate. La qualifica di bravo numismatico pero' e l'affidamento di progetti di responsabilità la si guadagnano con conoscenza, esperienza e pubblicazioni e non basta un pezzo di carta. Se un dottorando/to in numismatica è bravo porte apertissime ci mancherebbe, ma a quelli che vantano solo il pezzo di carta per reclamare un posto al sole allora preferisco chi ha "provato" di valere con articoli/libri/conferenze/gestioni di progetti etc. C'è un'Italia dei corporativismi che difende supinamente gli interessi di parte indipendentemente dalla validità di chi li reclama e c'è un'Italia aperta, imprenditoriale che accetta e sa condurre le sfide.Nella storia economica e culturale del nostro Paese queste due anime si sono alternate e convivono tuttora.. Vogliamo chiederci chi ha contribuito maggiormente alla crescita del Paese ? ;)2 punti
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Non vorrei che i resoconti fatti da chi era presente all'evento di Milano abbiano fatto travisare la realtà della situazione in cui versa la regolamentazione del collezionismo italiano e i problemi a lungo dibattuti su queste colonne. Se un certo entusiasmo si è potuto percepire dagli interventi di cui sopra esso è dettato non tanto da un'auspicata svolta nell'atteggiamento dei funzionari del MIBACT, quanto dall'aver dato un segnale di apertura stabilendo un dialogo tra le parti, e venendo da anni di "vuoto pneumatico" dove anche iniziative lodevolissime quali quella ricordata ad opera di Bernardi sono andate a finire in nulla, un minimo progresso sulla situazione preesistente ha quantomeno ingenerato una parvenza di ottimismo. Nessuno si illude che qualcosa sia cambiato e concordo che il punto di vista di un legale deve necessariamente quello di basarsi sui fatti e non sulle aspettative. Tuttavia la vita "è" fatta di aspettative (guai a non averle!) e quindi giustifico pienamente anche le parole di Mario etc. che hanno colto alcuni timidi segnali di cambiamento e li hanno giustamente amplificati nelle loro aspettative. Di buon auspicio , tra l'altro, le parole di Polemarco che ci dà qualche elemento in piu' del cambiamento in atto , almeno in una parte della giurisprudenza. Continuo a voler convincermi che parlare di questi temi, qui sul Forum, ma anche in altre platee, convegni, arene, circoli, etc. alimenti alla fine una corrente di pensiero nell'ecosistema capace se non di influenzare almeno di non essere ignorata dagli attuali decision-maker della regolamentazione in ambito numismatico. E progressivamente, se le voci saranno coerenti e persisteranno, non si potrà non considerarle e recepirle nel lungo termine. Non vi è certezza , ma lasciateci almeno questa illusione :)2 punti
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Cenni storici Prima di parlare della zecca di Lecce si rendono indispensabili alcuni cenni storici sulla figura del principe cui per primo va ricondotta la paternità della zecca cittadina : Giovanni Antonio Del Balzo Orsini conosciuto anche come Giannantonio, figlio di Raimondo Del Balzo Orsini e di Maria d’Enghien (che alla morte del marito divenne regina di Napoli sposando re Ladislao). Fu Principe di Taranto, Duca di Bari, Conte di Lecce, Acerra, Soleto e Conversano dal 1406, Signore di Altamura, nonché Conte di Matera dal 1433 e di Ugento dal 1453. Non a caso in una relazione inviata da Napoli, regnando Alfonso I il Magnanimo, si indicava Giovanni Antonio al primo posto tra i signori feudali del regno. Padrone di 400 castelli, 70 città vescovili e 30 città arcivescovili egli poteva viaggiare da Taranto a Salerno senza uscire dai propri domini :” Lo principo da Taranto è signore da per sé in lo Reame de più de quatrocento castelle. E comenzia il suo dominio da la porta del merchà de Napoli lunzi oto milya a uno locho se chiama la terra de Marignano e dura per XV zornade per fina in capo de Leucha; e chi lo chiama lo Sacho de terra de Otranto e dura per melya quattrocento e più. E li ve sono quante terre principale e grande oltra le castelle preditte et primo Tarrantina, dove è lo archiopisco, Vrindige, Lezza, Convertino, Otranto, Nardò, Mathera, Gallipoli, Insula de mare, Oyra, Miragna, Astone, Altamura, Minervino, Santo Pietro in Gallatina, Massafra, La terza, Castelanetha, Le gratalye, Ociento, Cassalnovo, Pallignano, Ascoli de Capitaniato, Rutilyano, Conversano, Gravina, La Cerra, Marignano, Chaliffri. Item lo principo anteditto de Taranto ha sotto di sé pillyato tutto lo ducato de Barri, da poi la morte de messer Jacopuzzo Caldora”. Pertanto con una tale consistenza patrimoniale, paragonabile a quella della stessa corona, il Principe poteva condizionare non solo la politica del regno ma, come vedremo, anche la successione al trono. Già precocemente egli venne coinvolto nelle lotte dinastiche per la successione al trono di Napoli. Nel 1421, la regina Giovanna II (sorella del precedente re Ladislao) aveva adottato come figlio ed erede Alfonso V re d’Aragona, quale REGINE DEFENSOR. Appena 2 anni dopo, scontenta dell’atteggiamento di Alfonso che intendeva esercitare anzitempo il potere regale, revocava l’adozione e disponeva nel proprio testamento che alla sua morte la corona passasse a Renato d’Angiò Valois Provenza (II casa d’Angiò) Denaro di Giovanna II d’Angiò ed Alfonso I d’Aragona (REGINE DEFENSOR) . Alla morte della regina (2 febbraio 1435) Alfonso, partendo dal suo regno di Sicilia, cercò di riprendersi con le armi il regno di Napoli. anche in considerazione del fatto che il pretendente angioino era prigioniero del duca di Borgogna che gli rivendicava il ducato di Lorena. Inizialmente Alfonso andò incontro alla sconfitta navale di Ponza da parte di una flotta genovese inviata dal duca di Milano Filippo Maria Visconti e fu fatto prigioniero insieme a Giovanni Antonio. Conseguentemente Isabella di Lorena, moglie di Renato, poteva raggiungere Napoli dove, ricevuta con tutti gli onori, governò come reggente per quasi 3 anni. Renato, riuscito a riscattarsi dal Borgogna, giunse a Napoli solo nel maggio 1438. Ma già 3 anni dopo Alfonso assediava la città partenopea, conquistandola il 2 giugno 1442. Renato si trovò così costretto a ritornare in Provenza quello stesso anno e , sebbene conservasse il titolo di re di Napoli, non ne recuperò mai il potere effettivo e restò pretendente fino alla sua morte (1480). Il 26 febbraio 1443 Alfonso fece il suo ingresso trionfale a Napoli, e risuscitando, da buon umanista, il corteo dei trionfatori antichi vi entrò su un carro dorato. Giovanni Antonio, Gran Connestabile del regno, che aveva contribuito in maniera determinante al successo dell’aragonese e alla sua ascesa al trono, desiderava condividere gli onori del vincitore e pretendeva pertanto di sfilare dietro al carro trionfale accanto al re e non avanti al carro, fra i baroni sottomessi con la forza dal sovrano. Tale arroganza indispettì il sovrano che diede ordine al maestro di cerimonia di far sfilare tutti i baroni dietro al carro trionfale, esattamente come si trova rappresentato nei marmi del monumentale ingresso di Castelnuovo Ingresso trionfale di Alfonso il magnanimo a Napoli: arco inferiore del portale di ingresso a Castelnuovo Fu allora che si incrinò la solidità della coesione tra gli interessi del barone più potente del regno e quelli della corona. Fu allora, dopo la vittoria, che “il re cominciò a conoscere che il principe era un altro re “, ponendo i presupposti della reciproca diffidenza che da quel momento avrebbe caratterizzato i rapporti tra feudatario e sovrano. Tuttavia per la stabilità politica del regno s’imponeva, con urgenza, la necessità di assicurare a Ferrante, figlio bastardo ed erede designato di Alfonso a Napoli, il consenso della feudalità regnicola. Tale obiettivo poteva essere raggiunto solo attraverso un alleanza matrimoniale con il suo più influente esponente, il principe di Taranto che, in assenza di figli legittimi dal suo matrimonio con Anna Colonna ( nipote di papa Martino V), aveva nominato erede del principato la nipote Isabella Chiaromonte, figlia di sua sorella Caterina. Dopo le nozze tra Isabella e Ferrante (1445) sia il papa che i baroni riuniti nel Parlamento del regno accettano di riconoscere la successione del figlio naturale. Dopo la morte di re Alfonso ( 28 giugno 1458) Ferrante (Ferdinando I), successore designato Coronato di Ferrante I d’Aragona (rovescio) con scena dell’incoronazione di Barletta Sebbene invii prontamente segnali di pace ai pur sempre riottosi baroni, assicurandoli di voler governare “ con l’amore di lor signori “, i nemici di sempre si rifanno vivi ed in particolare i cugini aragonesi di Spagna ( con pretese di successione in luogo di “el bastardo”), i pretendenti angioini e molti baroni filoangioini del regno. Nuova molla alla sollevazione dei baroni (I congiura : 1459-1463) è la discesa in Italia (ottobre 1459) di Giovanni d’Angiò, figlio di re Renato e sedicente duca di Calabria. Giovanni d’Angiò Il principe di Taranto, grande assente alla cerimonia di Barletta, inizialmente assume posizioni ambigue e contraddittorie, ponendosi ora come interlocutore privilegiato del re, ai cui ambasciatori si dichiara suddito fedele, ora come sostenitore del pretendente angioino (Angiò-Valois-Provenza), non dimentico che i Del Balzo (De Baux) sono pur essi di origine provenzale. In pratica egli confina nell’ambito delle ipotesi non remote la possibilità di una propria aspirazione al trono di Napoli o almeno ad una iniziale reggenza come riporta il Nunziante (“lo Reame vivente esso principe lui lo habia ad regere et governare pro suo arbitrio voluntatis, cum protestate de togliere et de donare a chi meglio glie parerà “). Ma ben presto Giovanni Antonio appare evidentemente l’unico alleato su cui il pretendente angioino possa contare concretamente e diventa l’anima della rivolta, traendo dalla sua parte i potentissimi baroni filoangioini tra cui Marino Marzano, duca di Sessa e principe di Rossano, il secondo barone più potente del regno e cognato del re. Il 7 luglio 1460 le forze riunite del principe di Taranto e del pretendente angioino sconfiggono le truppe di Ferrante alla foce del Sarno, ma il 18 agosto 1463 con la battaglia di Troia i legittimisti aragonesi, con l’aiuto determinante dell’eroe albanese Giorgio Castriota Scanderbeg, mettono definitivamente in rotta le forze confederate ribelli. Il 21 settembre 1463 Giovanni Antonio, con il preciso obiettivo di conservare cariche, privilegi e domini, chiede ed ottiene di riconciliarsi con il re a patto di privare del suo sostegno il pretendente Giovanni, tornato in Provenza. A tal proposito va notato che questa tendenza a giocare la partita su più di un tavolo coinvolgeva un po’ tutti i personaggi interessati, re compreso, all’epoca della I congiura dei baroni ed avrebbe raggiunto l’acme all’epoca della II congiura dei baroni. Morte di Giovanni Antonio de Balzo Orsini: Così scrive il De Simone: “Dopo il ritorno di re Giovanni in Francia, Giovanni Antonio chiese la pace e mentre si trovava in Altamura gli furono inviati Antonello Petrucci ed il cardinale Rovarella per comporla nel mentre, si disse, nel campo del re si tramava la morte del potente feudatario. Della congiura facevano parte: Paolo Tricarico, Antonio D’Ayello, Antonio Guidano da Galatina, Giacomo Protonobilissimo, Gaspare Petrarolo (il cui congiunto Gabriele era rinchiuso nella Torre del Parco). Giunti in Altamura trovarono il Principe con febbri malariche e così diffidente da minacciarli di morte. Allora il Guidano e l’Ayello, sicuri della ricompensa reale, entrarono di notte nella stanza da letto e lo strangolarono (15 novembre 1463 ). Il partito aragonese sostenne che fosse morto per cause naturali, ma i premi e gli onori che toccarono ai congiurati rivelarono chiaramente le intenzioni del re. Il suo corpo, secondo le disposizioni testamentarie, fu trasportato in Galatina, accompagnato dai vescovi di Otranto, Gallipoli, Castro ed Ugento e tumulato in abito da frate nella chiesa di S. Caterina, sacrario della famiglia”. Dopo la morte provvidenziale di Giovanni Antonio il re, guardandosi bene dal rispettare le volontà testamentarie del defunto e della vedova Anna Colonna, si precipitò a Lecce nel dicembre 1463 ed incamerò nel demanio regio il principato di Taranto, la contea di Lecce e le ricchezze della famiglia (ammontanti ad oltre un milione di ducati) nella qualità di marito di Isabella Chiaromonte e deliberatamente ignorando i diritti di successione spettanti ad Anghilberto del Balzo, marito di Maria Conquesta, figlia illegittima di Giovanni Antonio. E per porre la parola fine a quello che aveva rappresentato “ uno stato dentro lo stato “ re Ferrante disintegrò il sistema di alleanze e parentele del principe. ....................... continua. ......................1 punto
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Piccola "occasione" pagata 3.90 Euro... la vecchia monetazione del Cipro è tra le mie preferite (manca il pezzo da 1 Mils perchè non era più coniato nel '73) In mano sono un Fdc spettacolare!! Sembra quasi che le monete siano state accuratamente selezionate tra le migliori1 punto
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di questa non so il peso.... non capisco se sia fusa o cosa.... forse visigota? forse falsa? sbizzarritevi1 punto
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Salve a tutti, secondo voi arriva allo SPL pieno questa piastra del 1839. mi farebbero molto piacere le vostre considerazioni. grazie a tutti quelli che vorranno intervenire1 punto
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@@nando12...non è un indicatore assoluto, ma è uno dei parametri al quale si può fare riferimento in una valutazione generale di una moneta di questo tipo.1 punto
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comunque grazie a tutti per la vostra collaborazione. ;) :D :lol: :rolleyes: :P1 punto
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Provate ad usare un anello a led 6000-6500 k che e' luce nordica con assenza di raggi infrarossi (sono quelli che danno le tonalita' rossicce). A me vengono abastanza bene. Saluti1 punto
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a nome di Federico III d’Aragona (1496-1501) : -in argento, armellino con F nel campo al rovescio (coniato fino al 1497 ?) [CNI XVIII, pp. 279-280, nn. 1-2]. Alcuni cavalli di rame con lettera L in esergo sono stati erroneamente attributi a Lecce (G.M.Fusco, 1846) ma la lettera potrebbe essere iniziale del nome di uno zecchiere (Liparolo ?) per Napoli [Cagiati 1913-1916, pp. 190-191]. Secondo Maggiulli [1871, pp. 128-129] alcuni documenti potrebbero far riferimento anche ad una coniazione di ‘corone d’oro’ in Lecce al tempo di Carlo VIII re di Francia.. Il Maggiulli supporta tale notizia riprendendo dal Coniger la seguente frase : «in eodem jorno (27 maggio 1495) venne la nova in Lecce al Signor Duca (Giliberto di Bransui vicere della Provincia e conte di Matera) che Otranto avia alciate le landiere e che lo castello se tenea per el re de Francia, el detto duca fe’ cento fanti di Lecce e donò una corona per uno e vinti some di grano» e dalla Cronaca di Notar Giacomo la seguente «A di 20 decto (Gennaro 1497) in dì de Sancto Sebastiano de venerdì fò nova in Napoli come illustre signore don Cesaro de Aragonia havea preso Taranto; et che lo magnifico pyerantonio follario de Napoli regio percettore [sic] della predicta maestà personalmente era dintro lo castello con quactro milia Corone et per condurre li francise ad imbarcare in Brindesi» (le dette ‘corone’ di oro valevano «octo carlini et sey grana»). La stessa notizia, come già detto, riporta l’Infantino :”…in queste abitazioni facea egli battere pubblicamente moneta d’argento e d’oro…” Ma tale attribuzione a Lecce sembra altamente improbabile. SEDE DELLA ZECCA Al tempo del principe Giovanni Antonio Del Balzo Orsini, e precisamente nel periodo compreso tra il 1460 ed il 1463, la zecca (che abitualmente aveva un‘ubicazione centrale – foro, palazzo di governo, piazza del mercato – allo scopo di attirare più facilmente il metallo dei mercanti di passaggio) fu invece posta direttamente nell’abitazione del principe che, come abbiamo già ricordato prima, secondo una corrente di pensiero (Infantino 1634) era nella torre del Parco , solida costruzione che egli aveva iniziato a far costruire nel 1419, ancora giovanissimo, mentre secondo un’altra corrente di pensiero (De Simone 1883, Sambon 1998, Palumbo 1910) era nel castello di città (in castro Licii). Le 2 sedi coincidevano in ogni caso con il centro del potere signorile. Anche le annotazioni contenute nel Quaterno lasciano immaginare che l’ufficio di conio fosse ospitato in castro Licii. La sola testimonianza dell’Infantino (smentita anche dalla Cabella Demani del 1472 che descrive il locum nominato lo Parco senza far menzione alcuna della zecca ) ci riporta alla Torre del Parco, La costruzione della torreripartita in una zona pubblica (il Parco di fuori) destinata a fiere e mercati, che si estendeva fuori delle mura urbane immediatamente oltre porta San Biagio, ed un’altra zona (il Parco di dentro) rappresentata da una cittadella recintata comprendente la torre o Turris prati magni (luogo di delizie e sede della zecca..), sale et camera reale . Per conciliare dati così difformi si può ipotizzare che la zecca di Lecce , nei circa 50 anni di attività, fosse dislocata contemporaneamente in 2 edifici differenti: il castello adibito ad attività contabili, tesoreria ed approvvigionamento di materie prime e la Torre del Parco adibita a laboratorio ed officina monetaria vera e propria; oppure che trovasse spazio, in tempi diversi, sia nei locali del castello sia in quelli della Torre del Parco. E’ difficile stabilire cosa accadde alla zecca di Lecce dopo il novembre 1463 (assassinio del principe di Taranto); l’assenza di documenti lascia il campo alle sole congetture. E’ verosimile che la zecca cittadina, una volta passata sotto il diretto controllo del re di Napoli, abbia avuto sede nel castello di Lecce, nella cui “torre mastra” o Mastio era stato depositato il famoso tesoro del principe fino al momento della sua morte e della successiva requisizione reale ( è nel dicembre 1463 che re Ferrante visita il castello e la torre del Parco ove “ ebbe stanza qualche giorno”) . Per dovere di cronaca va pure riportata un’insistente tradizione popolare, peraltro ripresa da M.Paone, che pone la sede della zecca nelle adiacenze del palazzo comitale di Maria d’Enghien, presso l’odierna piazzetta Pellegrino (un tempo denominata piazza della Zecca !) ove si affaccia il più antico palazzo di Lecce (palazzo Vernazza – Castromediano). BIBLIOGRAFIA: Cagiati M. 1912, La zecca di Lecce, «Apulia» (Martina Franca). Dell’Erba L. 1933, La riforma monetaria angioina e il suo sviluppo storico nel reame di Napoli, pp. 5-66. De Simone L. G. 1874, Lecce e i suoi monumenti descritti ed illustrati, I , La Città, Lecce. De Simone L.G., 1876, Archivio di documenti intorno la storia di Terra d’Otranto, Lecce. De Simone L.G. 1883, Gli studi storici in terra d’Otranto del signor Ermanno Aar, in Archivio storico italiano, IX , p.211. Fiorelli G. 1846, Dichiarazione di alcune monete battute nel reame di Napoli, p 190.”Annali di Numismatica”. Fusco G.M. 1846, Monete inedite. Di alcune monete spettanti ai re di Napoli e Sicilia, in “Annali di Numismatica pubblicati da G.Fiorelli”, Roma, pp.90-96. Fusco G. V. 1846, Notizie intorno alla zecca di Lecce, in «Annali di Numismatica pubblicati da G.Fiorelli», Roma , pp.190-200.pp. 190- 200. Grierson P. e Travaini L. – Medieval European Coinage. Italy (III) 14, Cambridge 1998. Infantino G. C. 1634, Lecce Sacra ove si tratta delle vere Origini, e Fondazioni di tutte le Chiese, Monasteri, Cappelle, Spedali, ed altri luoghi sacri della Città di Lecce, Bologna, 1973 (Rist. anastatica), pp. 213-214, ed editore Pietro Michele 1634. La porta A. 1977, Introduzione a I.A. Ferrari, Apologia paradossica della Città di Lecce, pp. IX-XXXV. Maggiulli L. 1871, Monografia numismatica della provincia di Terra d’Otranto, Lecce. (ristampa anastatica Sala Bolognese, 1977). Palumbo P. 1910, Storia di Lecce, Ristampa della I Edizione, Galatina, Congedo Editore, 1992, Paone M. 1978, Palazzi di Lecce. Galatina, Congedo Editore Petracca L,2009, La zecca di Lecce negli anni della signoria orsiniana in “I domini del Principe di Taranto in età orsiniana”. Lecce, Congedo Editore. Prota C. 1913, Sulla zecca di Lecce, «Supplemento … Cagiati», 3, nn. 11-12, pp. 37-38. Sambon A.1913 b,” I tornesi falsi di Ferdinando I d’Aragona coniati a Napoli, a Barletta,a Gaeta, a Cosenza, a Lecce, a Capua et a Isernia” in Supplemento…Cagiati III, 5 – 7 (1913), 15 – 21. Fine1 punto
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Personalmente ritengo che tutte le monete antiche siano interessanti, sia per fascino storico che numismatico. Un consiglio (dal punto di vista numismatico..), acquista meno monete e cerca migliori conservazioni. Se un giorno ti dovessi stancare di quello che stai collezionando, passando magari ad altro periodo, non avrai problemi a cederle. ciao skuby1 punto
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La zecca di Lecce al servizio del re Alla zecca di Lecce devono essere attribuiti anche alcuni mezzi carlini (o ‘armellini’) con indicazione della officina monetaria in esergo (LICI) sul rovescio, a nome di Ferdinando I (che istituì l’ordine equestre dell’armellino nel 1463- fig. 14-), Ferdinando II e Federico III d’Aragona [CNI XVIII, p. 279; MEC 14, pp. 377-8, 392, 394, 396]. Dalla Cronaca di Notar Giacomo abbiamo notizie specifiche sugli ‘armellini’ di Federico d’Aragona: «A dì 2 de augusto 1497 de mercoridì fo emanato banno per Joyanna da parte del Signore Regente per ordinacione dela Maesta del Signore Re che le armelline facte in Leze se dovessero pigliare per ciascheuno a grana cinque l’una» [Fusco G.V. 1846]. Dopo il 1497 non si hanno altre notizie sulla zecca. Possiamo dunque così riassumere i NOMINALI EMESSI: a nome di Renato d’Angiò (dopo il 1460) : - in argento, carlino (o gigliato) con croce duplicata di Lorena o doppia croce d’Angiò; - in mistura, denari tornesi (di cui a tutt’oggi non esistono esemplari noti). a nome di Ferdinando I d’Aragona (dopo il 1463): - in argento armellino con rosetta nel campo al rovescio .[CNI XVIII, p. 279, n. 1]. (per dovere di cronaca dobbiamo citare un presunto esemplare unico di coronato dell’angelo con busto di Ferrante al diritto ed Arcangelo Michele al rovescio con sigla LICI in esergo (di stile rozzo); [riportato da:A. D’Andrea e C.Andreani in: Le monete medioevali di Puglia,Media Ed., pag.210] . a nome di Ferdinando II d’Aragona (1495-96): -in argento, armellino con F nel campo al rovescio [CNI XVIII, p. 279, nn. 1-3]. ........................ continua ...............1 punto
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A. Sambon, riprendendo le tesi del Maggiulli ed avvalendosi della lettera del Da Trezzo, rinvenuta dal Nunziante nell’Archivio di Milano (Archivio Storico Napoletano,1898), confermava l’attribuzione a Lecce del carlino con la sigla L avvalorando altresì l’ipotesi della sede della zecca nel castello di città. Si riporta di seguito il brano (anno 1463) : “In questo castello de Lici so trovati, tra ducati d’oro et alfonsini, ducati novantatre milia, item in carlini vechij circha ducati trentasei milia et in carlini novi, che faceva battere el dicto Principe de Taranto, circa ducati quindicimilia”. Il principe di Taranto aveva a disposizione risorse per la coniazione anche grazie alla sua flotta che, seppure costituita da imbarcazioni di modesto tonnellaggio, importava dai mercati orientali anche argento, in particolare dalla Dalmazia. Nelle cedole della Tesoreria Aragonese dell’anno 1462, che ci aiutano a datare i carlini, troviamo spesso menzione di mala moneta del principe di Taranto e del duca Giovanni d’Angiò che anche l’Infantino appella “ mali carlini “ riportando la denominazione che il popolo leccese attribuì loro in relazione alla bassa qualità della lega d’argento: -Cedola 40, fol. 5 (24 settembre 1462) :Item hebi de la guardaroba del S.R… ducati cento ad ragione de deice carlini lo ducato, tucti in carlini, tra li quali nce foro ducati quactro de mala moneta, tra carlini aragonesi bactuti, carlini del principe di Taranto novi et del duca Johanni. -Cedola 40, fol. 8…Et tra tucta la dicta summa nec foro carlini trentatre non boni, cioè carlini de ragonesi bactuti, carlini novi del principe de Taranto e del cugno del duca Johanni (Sambon 1916, p.224, Cedola 40, fol 5 e fol. 8, 1462; Dell’Erba 1932-35]. In proposito va precisato che nelle stesse cedole aragonesi si fa sempre distinzione tra i mali carlini del principe di Taranto e quelli del cugno del duca Johannj e le 2 emissioni sono assai diverse nel tipo: il carlino coniato a Lecce per ordine del Principe di Taranto presenta al diritto il re in trono con la sigla L sormontata da un giglio alla sua destra ed al rovescio la croce duplicata di Lorena accantonata da gigli ( che inevitabilmente richiama il carlino coniato da Renato d’ Angiò per Napoli con croce duplicata di Lorena non accantonata da gigli, con un peso oscillante fra gr.2,88 e gr. 3,20 (Museo di Lione, Museo Civico di Marsiglia, Collez. Sambon); il carlino del duca Giovanni, coniato per suo ordine a Sulmona, sempre a nome del padre Renato (1460-1461), presenta al diritto il re in trono con SMPE in cartella ed al rovescio le armi inquartate di Lorena, Bar, Gerusalemme, Napoli ed Ungheria, con un peso oscillante fra gr. 3,25 (collez. Marignoli, poi collez. Reale) e gr. 3,55 (collez.Brambilla). Zecca di Sulmona: Carlino del duca Giovanni D’Angiò, pretendente a nome del padre Renato (1460-61) Le legende sono sovrapponibili nei 2 esemplari, tuttavia il Sambon riporta per il carlino di Lecce 2 varianti di legenda: D/ RENATUS D G R SI HIER – R/ HONOR R IVDICIV DILIGIT (l’onore del re ama l’esercizio della giustizia) (collez. Sambon) e D/ RENATUS D G R SI ET IER – R/HONOR R IVDICIVM DILIGI (collez. Gnecchi). Oltre ai carlini, tra il 1461 e il 1462, il principe di Taranto fece coniare anche tornesi di bassa lega [sambon 1913], prodotti massivamente per pagare le milizie del duca d’Angiò e che erano verosimilmente contraffazioni dei denari tornesi della zecca di Chiarenza, a somiglianza dei denari tornesi coevi attribuiti a Campobasso ma anche a Tocco di Casauria (Pescara), Isernia, San Severo, Lucera, Barletta. Nell’Archivio di Stato di Napoli, Sezione Finanza, si conserva il libro, redatto presso gli uffici della zecca di Lecce e limitato ad un solo anno indizionale (1462), intitolato Quaternus sicle tornensium fabricatorum tempore officii notarii Gabrielis thesaurarii alme Urbis Lici, che rappresenta l’unica fonte in grado di confermare l’esistenza ed il funzionamento di un’officina monetaria in età orsiniana , in assenza ( o scomparsa) di prove documentarie comprovanti uno specifico riconoscimento sovrano per l’istituzione di una zecca cittadina. Se però esso si offre come un campione fondamentale ricchissimo di informazioni sul piano tecnico ( funzionamento della zecca, approvvigionamento della materia prima, direzione amministrativa, rispettive figure istituzionali) tace invece del tutto sulla concessione di conio, sui contratti o eventuali privilegi riconosciuti a zecchieri o monetieri.. Nel Quaterno si fa riferimento a tornesi che in Lecce il principe Giovanni Antonio Orsini Del Balzo continuò a fare coniare anche dopo l’accordo con re Ferdinando (21 settembre 1462) e sino alla sua morte. Se è però vero che in merito a queste monete il Da Trezzo in data 13 aprile 1462 scriveva al duca di Milano : “…niuno li ha voluti ,maxime che vole dare mala moneta, cioè tornesi novi” ed in data 24 luglio 1462 scriveva ancora “ ..le terre del Duca di Melfi hanno cominciato ad refutare li tornesi novi…… et che la gente d’arme stanno de mala voglia per la tristezza de dicta moneta” è tuttavia possibile che a Lecce si siano coniati (dopo il suddetto accordo con il re e forse per suo stesso diretto intervento) tornesi di puro rame allo scopo di riparare al discredito in cui queste monete erano cadute. [G.V. Fusco 1846- C.Prota 1913]. Quali siano i tornesi di bassa lega (tornesi falsi di cui parla il Sambon) o i tornesi di puro rame (di cui hanno trattato prima G.V. Fusco e poi il Prota) non ci è dato sapere, sia per la mancanza di esemplari che di ulteriori necessarie informazioni.. Proprio il Prota ci segnala il nome del tesoriere Gabriele Sensariso che aveva la responsabilità di consegnare ai credenzieri, “ in castro Lici”, i materiali destinati alla fusione, lavorazione e realizzazione delle monete: M°CCCC°LXIJ. Quaterno de spese et pagamenti fatti in la cecca de leze, dove si batte la moneta de rame in l’anno de la X.ma Ind. Del m. cccc.lxij pernotaro Gabriele Sensariso prin.le Thesaurario del comitatu de leze per contro el quale se fa el consimile quaterni pelli credentiri deputati per la principale corte in detta cecca e notario Antonio de Ripalto. G.V.Fusco (1846) riporta i pagamenti fatti da Gabriele Sensariso ad alcuni mercanti (di Trani, Gallipoli, Valona e Corfù) per l’acquisto di rame nei mesi di settembre e di ottobre 1462. Il rame acquistato in quel periodo ascese ad un totale di 1262 libre; il metallo in parte era nuovo, acquistato al prezzo di grana dieci la libra, in parte riciclato da oggetti diversi, come caldaie, acquistato ad un prezzo oscillante fra grana sei e mezzo e grana sei. Prota esaminando il quaderno già preso in esame da Giovan Vincenzo Fusco poté fornire le seguenti ulteriori informazioni: la zecca di cui era tesoriere il notaio Gabriele Sensariso era controllata da don Giovanni Delo arcidiacono di Lecce (pagamento fatto ditto Thesaurario ad dommo Johanne delo archidiacono di Lize soprastante di detta cecca per suo salario ad rasone di unze seij per anno); ‘credenziero’ della zecca era il notaio Luigi Perrone (pagamento fatto per detto thesaurario ad notar Loijsio Perrone credentieri deputato in detta cecca per suo salario ad rasone di unce cinque per anno) e ‘credenzieri dei conti’ erano i notai Angelo Galasso, Francesco e Angelo Marenati (pagamento fatto per detto thesaurario ad notar Angelo Galasso, notar Francesco et Angelo Marenatij credentieri nostro hunti ad aver de uncie quatuor per anni). Il numero di tornesi battuti in quei dodici mesi fu stabilito in ragione di 4.335.261 pezzi per i quali si adoperarono “sedici conii fatti e temperati dal Maestro Antonio Valente di Lecce”. ...................... continua .................1 punto
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Mmm...osservando il nummetto, noto che presenta due codoli di fusione, metodo con cui è stato realizzato il tondello. Se è così, escluderei che si tratti di un bronzetto "ridotto ai minimi termini" ma nato già con queste dimensioni e peso ( poco per un bronzo di IV secolo). Questo mi porta a escludere una coniazione di IV secolo e a rivolgere l'attenzione al V secolo. Concordo sulla presenza di una ghirlanda al rovescio, ma più che X mi pare di leggere V e pensando al quinto secolo potrebbe trattarsi del VOT XV in ghirlanda di Valentiniano III ( tra l'altro lo stile della ghirlanda mi sembra coerente con gli altri VOT XV di questo imperatore). Al dritto, poi, vedrei la legenda più come DN PLA piuttosto che come DN CON. Lo stile delle lettere mi pare anche troppo degradato per essere pertinente a una moneta di IV secolo. Non ho al momento il RIC sotto mano per controllare se a quel rovescio corrisponde la legenda con PLA, ma ad ogni modo la mia ipotesi è che potrebbe essere un VOT XV in ghirlanda di Valentiniano III1 punto
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Non so dove tu abbia comprato queste monete, ma ragionavo sul fatto che in un'asta, anche piccola, avrebbero faticato non poco ad essere vendute, visti gli evidenti problemi. Da altre parti (piccoli mercatini, tra collezionisti o da piccoli commercianti in zone con poca offerta numismatica) forse è piu' facile vendere questo tipo di monete approfittando della minore offerta e competizione oppure della passione di qualche neofita. La tua passione è sicuramente da incoraggiare, ma ti consiglio di evitare le monete con evidenti problemi di cancro del bronzo e di dare un occhiata alle piccole aste presenti in internet tipo queste: http://www.deamoneta.com/auctions/search/223?c=Impero+Romano http://www.deamoneta.com/auctions/search/231?c=Roman+Imperial http://numismaticakatane.bidinside.com/it/cat/3/1/monete-romane/1/ Dove spesso, anche per 50 euro, si possono comprare ottime monete.1 punto
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Sì, confermo la leggera rottura di conio, si tratta di un difetto di entità talmente minima che non in genere non influisce sull'importanza numismatica e commerciale del tondello, spesso non viene nemmeno segnalato, anche perchè nella maggior parte delle monete napoletane il difetto di conio è la norma. Se dai un'occhiata alla classificazione delle classi secondo il metodo "Gigante" capirai meglio il concetto. :good:1 punto
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Forse, oltre che discutere sul risultato raggiunto, vale la pena analizzare il processo logico desguito per approssimarsi al riconoscimento di questo nummo. Premetto che qusto, così come gli altri nummi postati come "bassissimo impero" (o che eventualmente posterò ancora), nonostante la loro bassissima conservazione sono interessanti, in quanto perfettamente contestualizzati: provengono dall'area vandala e circolavano intorno al 500-510, momento nel quale furono ritirati dal parco monetario. Il primo punto logico fu ipotizzare due diversi orientamenti del rovescio: quello che suggeriva una "consecratio", e quello che proponeva la base di una ghirlanda. In entrambi i casi ci si trovava di fronte a una moneta del IV secolo, se non prima, molto tosata per portarla ad un peso che effettivamente corrisponde a quello del nummo a cavallo tra IV e V secolo. L'accostamento alla consecratio non reggeva e quindi ci si è orientati a quella della base di una ghirlanda. A questo punto, orientato correttamente il rovescio, l'unico elemento visibile con relativa certezza erano le due lettere TS in esergo, a destra. Cercando sulle tavole helvetica, risultano essere pochi gli eserghi terminati in TS. Tra di essi, il VOT XX MVLT XXX di Costanzo secondo per Antiochia. Osservando meglio la parte alta del rovescio, fu possibile scorgere le due lettere LT, riconoscibili con abbastanza sicurezza. A questo punto, anche l'esergo può essere rivisitato e in esso, anche se malamente e coincidente con dei grumi, può essere riconosciuta la lettera N prima di TS, e dunque l'esergo terminante in ...NTS. A questo punto l'ipotesi della votiva di Costanzo II per Antiochia cominciava a prendere corpo e apparve utile il confronto tra il nummo proposto e la suddetta votiva, anche se, purtroppo, non abbiamo trovato l'esemplare con esergo terminati in NTS: Il confronto risulta a favore di questa interpretazione, sicché finalmente ricostruzione della lettura del nummo può essere ragionevolmente la seguente: Ovviamente restiamo sempre nel terreno delle ipotesi ragionevoli e non delle identificazioni certe. A voi criticare l'analisi realizzata, che ovviamente è criticabile e sono proprio le obiezioni fondate al ragionamento seguito ciò che ci fanno crescere tutti come numismatici e non come meri aspiratori di monete. Antvwala1 punto
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Potrebbe trattarsi di una frazione di follaro,della zecca di Salerno, XII sec.- Ciao Borgho1 punto
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Sulla posizione del'aquila certo che ci sono differenze, questa è la prima cosa da vedere, poi se è radiato o laureato e corazzato, infine la legenda nel suo sviluppo; es: certe portano in greco traian decio, altre decio traian ect. Sulla Y o V devo dire che McAlee non porta differenze, ma tutte sono con la V, cosa che ho già notato per esempio nella moesia e tracia, probabilmente non determinano sostanzianlmente la legenda. Il McAlee ha una tavola sinottica solo per il Butcher, ma ogni moneta presente ha anche dei riferimenti ad altri libri ed il Prieur è il più citato; es: la numero 116/e corrisponde alla 351 del Prieur.1 punto
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Spl Non so distinguere (andrebbe visto sul palmo della mano)[approposito,complimenti per la ditata al R/ ad ore 9]la conservazione del rovescio,se trattasi di debolezza di conio od usura,se si trattasse della prima ipotesi alla moneta le si potrebbe dare anche un + oltre allo spl ;) --Salutoni -odjob1 punto
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Finalmente ho avuto modo di sfogliare il Clive Foss, testo agile e pratico ma ben documentato. La moneta è classificata come emissione della zecca di Emesa (Homs) sotto il califfato di Mu'awiyah I (regno 660-680), pp. 50-51 e pp. 134-137, nn. 64-79. L'inizio delle coniazioni, definite "bilingue" per via della convivenza di caratteri "arabi" e "greci", risalirebbe al 670 e la produzione è stata certamente "massiccia": sono stati ipotizzati 8/16 periodi di emissione e lo studio dei conii ha evidenziato 59 conii di dritto e 63 di rovescio. Esistono molte varianti in base a segni di officina e altri piccoli particolari e, a quanto pare, sono state coniate anche delle imitazioni.1 punto
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@@Corbiniano Pensa che il nome della farmacia è rimasto quello ancora oggi. La farmacia, una delle più antiche della città, si trova nel centro storico di Venezia e mantiene il nome dell’antica insegna seguito da quello dell’attuale titolare: Farmacia San Polo - "Alla Colonna e Mezza" - Dr. Burati G. E P. snc Nell’ovale sulla colonna di destra sono scolpite la colonna intera e la colonna/2, più evidenti nel particolare ingrandito. apollonia1 punto
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Torno alla farmacia Alle due Colonne perchè quando si parla di essa non si può non menzionare anche quella Alla Colonna e mezza. Si deve premettere che tutte le farmacie di Venezia erano differenziate per l’insegna, che doveva essere esposta "per non incorrere nella multa di 5 ducati" e costituiva anche negli atti pubblici il "marchio" distintivo delle varie botteghe. Per questo motivo non era ammesso che due farmacie potessero postare la stessa insegna. Scrivono le cronache: "Racconta la tradizione che a due Spezierie volevasi porre la medesima insegna alle "Due Colonne", e che un Magistrato, per tagliar corto, come non si usa certamente adesso, mandò un Fante a tagliare in una di queste farmacie una colonna per metà, per cui ne vennero e sussistono ancora le due insegne: Due Colonne e Una Colonna e Mezza, rispettivamente in Campo S. Canciano e in Campo S. Polo. Dice ancora la leggenda che, ai tempi della dominazione austriaca, venisse imposto di ritirare l'insegna della colonna e mezza che stava appesa sopra la porta della Spezieria perchè serviva di ostacolo al passaggio delle baionette delle truppe che andavano all'esercitazione in Campo di Marte e che in seguito anche gli altri credettero di fare lo stesso. (Fonti: M. Trinchieri di Venanson-A. Schwarz). Insegna dal Codice Gradenigo Insegna effettiva apollonia1 punto
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Complimenti al venditore comunque. Nei canali ufficiali si hanno grandi difficolta' a vendere monete molto migliori di queste, che ultimamente restano spesso al palo e vanno invendute. Evidentemente il mercato non ufficiale ha altre dinamiche.1 punto
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I dipendenti della zecca in quanto svolgono un lavoro particolare hanno le impronte digitali registrate. Se le fate vedere alla polizia possono risalire al colpevole del misfatto 8-)1 punto
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Alessandro, ma hai voglia ad arrivare a 10mila pezzi con le restrizioni imposte alla soglia dei 5mila. Per il resto, beh mi riguarda poco, perché già solo per arrivare a 5mila devo farne di strada. Penso però che quello che io considero un gioco, perderebbe il suo appeal con queste restrizioni... ;-)1 punto
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A questo prezzo si compra. E' una moneta importante, ricercata...chi vuole farsi semplicemente passare lo sfizio di possederla non penso che si faccia troppi problemi a prenderla per queste cifre. Ma secondo voi è puramente un caso che la moda del FDC assoluto ha iniziato a spopolare da proprio quando la Numismatica ha messo massicciamente piede online?1 punto
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Buona giornata Ho solamente un esemplare di 1/2 soldo, e nemmeno tanto bello ....... sono evidenti i salti di conio. D'altra parte se ne trovano meno rispetto ai soldi. Doge Francesco Erizzo saluti luciano1 punto
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lira 1863 Milano in fdc a 15 euro... In quale favola se ne parla? la bella addormentata o cappuccetto rosso?1 punto
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Secondo quanto scrive il Bovi, il PR ed il MIR la sigla Y è da attribuirsi a Giovanni Miroballo padre di Antonio (sigla A oppure M) quindi la Y verrebbe prima della M................ma secondo Voi è vero ? @@francesco77..1 punto
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Non vedo le 8 stellette per esempio, che sono di norma agli angoli della cornice al diritto, interessante.....1 punto
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Ciao @@Liutprand, La ho chiamata monetina perchè preferisco le monete da studiare, sopratutto quelle in bronzo o mistura. La ricerca ha un fascino unico che non paragono ad una moneta perfetta che non richiede alcuna ricerca; la si può guardare ed ammirare, ma dove è lo studio delle lettere quasi illegibili? Penserai che sono strano, ma quanto mi piacciono i "cavallucci" o i "mezzo denaro regale"! Ti saluto. Amedeo1 punto
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Ciao Amedeo, avevo notato anch'io ma a dire il vero non avevo notato che non avevi puntualizzato il nome del re. Pensavo volessi sapere la differenza tra il conio dei saluti di Carlo I e Carlo II, grazie mille a Lorenzo per la precisazione, visto che ci siamo desidero scrivere un mio pensiero: in generale, i saluti di Carlo I hanno uno stile più fine rispetto a quelli del suo successore, i rilievi sono leggermente più bassi e le figure hanno delle espressioni meglio definite e più realistiche, in sostanza cambia l'impronta dei conii perchè i rilievi sono più marcati in Carlo II. Ovviamente siamo nella seconda metà del XIII secolo, difficile trovare esemplari perfettamente uguali se non dello stesso conio. Non dimentichiamo che ogni conio era frutto della mano e dell'originalità di un artista e non di macchinari. ;)1 punto
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In tale quadro, l’attività del Comando Carabinieri T.P.C. ha registrato, nei primi dieci mesi di quest’anno, 3233 controlli ad esercizi, mercati e iere antiquariali, tra i quali gli antiquari del settore numismatico, con un incremento del 6,38% rispetto al medesimo periodo dell’an no precedente ed il recupero di 11.582 monete di natura archeologica. L'articolo di interesse si conclude come evidenziato nella parte sopra. Tale enunciazione é tipica dei comunicati istituzionali che devono sintetizzare i risultati conseguiti al fine di motivare le proprie funzioni e quindi la propria esistenza. Questo aspetto conta tanto. Un Comando cc territoriale concluderebbe il proprio comunicato con una sintesi di quante rapine sventate, quanti ladri arrestati e quanti delinquenti denunciati per garantire la sicurezza dei cittadini. Allo stesso modo il comando TPC parla di controlli, denunce e sequestri legati alla tutela del bene culturale. In ogni caso non credo che sia un attacco esplicito ai collezionisti ma si prefigge l'obiettivo di tutelare quei beni che sono stati illecitamenti sottratti e quindi scoperti e non denunciati alle Soprintendenze. La sentenza della cassazione in evidenza sappiamo bene che é stata superata da altre sentenze successive che hanno assolto e favorito la restituzione delle monete di collezionisti coinvolti in procedimenti penali. Ricordo che i procedimenti penali non si risolvono tutti allo stesso modo in quanto le Procure competenti sono diverse, i Giudici sono diversi e soprattutto i nostri casi non sono tutti uguali. L'articolo a mio avviso non si esprime a norma di legge ma fa riferimento ad alcuni principi rendendoli praticamente obbligatori ma che di fatto non lo sono e mi riferisco ai seguenti principi: 1. onere della prova da parte dell'imputato e non credo che in un ordinario procedimento penale valga questo punto 2. le monete devono essere catalogate (ma chi lo dice) 3. chiedere autorizzazione alla Soprintendenza per il possesso (non é un obbligo di legge e a mio avviso si confonde con il concetto che é necessario informare o meglio denunciare alla soprintendenza il ritrovamento fortutito della moneta rinvenuta. 4. avere un pedigree della moneta che dimostri la provenienza della moneta alla data precedente al 1909...questo aspetto mi sembra complesso e difficile da realizzare in quanto stiamo parlando di circa 100 anni fa e non possiamo di certo svegliarci nel 2014. Non abbandoniamo le nostre passioni in quanto si vive una volta sola Non credo che le Forze dell'Ordine siano interessate a perseguire i collezionisti in quanto la legge per adesso non vieta il collezionismo di monete antiche. Per evitare problemi cerchiamo di tracciare sempre quello che compriamo o scambiamo con fatture, scontrini e dichiarazioni anche in carta semplice dell'avvenuto passaggio, pertanto compriamo da persone note che quindi siano facilmente rintracciabili in caso di controlli dell'Autoritá giudiziaria. Infine classifichiamo e studiamo le nostre monete lasciando una traccia che puó essere anche su questo bellissimo forum alla visione di tutti.1 punto
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Caro Rodolfo anche per me lo scambio di opinioni è costruttivo. Nessuno ha la verità infusa e purtroppo le brutte sorprese sono dietro l'angolo. Convengo con te che è molto importante il momento in cui si acquista e che non sempre si ottengono guadagni. Io l'unica volta che ho deciso di vendere all'asta un lotto di monete, avvenuto di recente, quando ho deciso di concentrarmi solo sugli aurei dei Savoia, ho spuntato un 12% di commissioni, che sarebbe sicuramente sceso al 10% se il valore fosse stato superiore. E il realizzo che ho ottenuto, rispetto a una media di 6-7 anni di vetustà di acquisizioni, è stato circa del +15%. Nulla di trascendentale, ma neanche un tracollo. Su altri esempi di monete in argento o anche in oro meno ambite sono d'accordo con la tua visione e anche con quella di @@rorey36. La verità è che la forbice tra le grandi rarità e le monete comuni si va ampliando. Buona collezione! Un saluto Max1 punto
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